FNOMCeO

27/02/2015

ASSOCIAZIONE ITALIANA ODONTOIATRI SI UNISCE AL RICORSO DI FNOMCEO CONTRO L’ANTITRUST


Associazione Italiana Odontoiatri-AIO si schiera a fianco di Fnomceo e Ordini nella contesa con l’Autorità Garante della Concorrenza (e gli operatori Groupon e Dental Franchising) sui vincoli deontologici alla pubblicità sanitaria. 


Lo scorso settembre l’Authority ha deciso di sanzionare la Federazione degli Ordini di Medici e Odontoiatri per 831 mila euro perché il Codice deontologico avrebbe ispirato comportamenti di singoli ordini restrittivi verso la concorrenza e verso la volontà di alcuni iscritti di pubblicizzare le proprie prestazioni. La Fnomceo ha fatto ricorso sia per motivi formali e di contenuto sia per la sproporzione della sanzione comminata, di 831 mila euro. 


AIO, circa 8 mila Odontoiatri iscritti, è al momento l’unica associazione sindacale ad unirsi “ad adiuvandum” al ricorso. «Siamo convinti che non sia stata violata nessuna legge, inclusa la Bersani del 2006, e che i valori condivisi debbano essere difesi: in un corretto rapporto tra persona assistita e curante non c’è spazio per pubblicità commerciali ma solo per un’informazione esauriente a tutela del cittadino titolare del diritto alla salute», dice il Presidente AIO Pierluigi Delogu. 


Il ricorso AIO  presentato dall'avvocato Maria Maddalena Giungato affronta temi specificamente politici e diritti fondamentali nell’intento di tutelare il ruolo dell’Odontoiatra e ancor più il paziente. «L’attuale momento è delicato per le professioni intellettuali, il cui contributo a tutela di diritti costituzionalmente protetti rischia di essere subordinato ai principi del libero mercato», afferma Delogu. «Azioni simili a quella intrapresa contro Fnomceo sono state intentate agli Ordini di Avvocati e Notai. Ai Notai è stato intimato dall’Antitrust di cambiare il Codice deontologico e la Legge notarile. Per lo specifico odontoiatrico, l’azione AIO si fonda sul timore di modifiche ingiuste alla legge. Paventiamo una deriva verso un’informazione solo commerciale e un livellamento al basso della qualità delle prestazioni, rese più variegate ed eterogenee - ma non qualitativamente migliori - da un’offerta terapeutica che induce bisogni inesistenti».