«L’intelligenza artificiale corre a una velocità impressionante: medico e odontoiatra devono correre ancora più forte, per non essere sostituiti dagli algoritmi e per non perdere terreno nelle competenze, nella relazione e nella capacità di rispondere alle aspettative del paziente». In queste parole del Presidente AIO nazionale Vincenzo Musella, ospite dei lavori, è l’incipit dell’importante convegno organizzato all’Expodental Meeting di Rimini dalla CAO Nazionale dal titolo: “L’IA in odontoiatria: profili di etica e deontologia, dalla responsabilità sanitaria agli scenari evolutivi”. Erano presenti il vice Presidente FNOMCeO Giovanni Leoni e il Segretario Roberto Monaco che hanno offerto una premessa: il legislatore italiano tutela il fattore umano nell’uso dei sistemi AI. La legge 132 del 23 settembre 2025 all’articolo 7 comma 5 recita che l’intelligenza artificiale è un supporto per i professionisti e non li sostituisce. Il nostro ordinamento stabilisce anche per la prima volta che diagnosi, cura e terapia sono atti di pertinenza esclusiva del medico e dell’odontoiatra.

Le tendenze

Il mercato cresce. Come spiega il Presidente Unidi Fabio Velotti, nel 38% dei dispositivi medici approvati negli USA ci sono elementi AI. Il fatturato mondiale si dovrebbe quadruplicare entro il 2030. Altri segnali sono però di rallentamento. Al consumo energetico dei motori di ricerca si affianca il nodo della scarsità in commercio di processori al passo con le nuove esigenze. La normativa (Raccomandazioni OMS 2023, AI Act UE 2024, legge 132 italiana nel 2025, obbligo di registrazione e valutazione conformità sistemi AI entrato in vigore anch’esso dal 2025) chiede all’industria di comportarsi in modo etico, sostenendo prodotti che non discriminino fasce di utenza per età, genere, profilo genetico, che evitino intrusioni esterne sui dati, e che usino standard validati per le informazioni cliniche

AI, opportunità o pericolo etico

Il quesito se l’AI sia un’opportunità o un pericolo etico è esposto in modo chiaro dal Presidente CAO Nazionale Andrea Senna. Di fronte ad ogni scoperta tecnologica l’umanità si trova di fronte a un bivio. La scoperta del fuoco è servita a riorganizzare le tribù umane in famiglie e villaggi che poi hanno usato la nuova tecnologia per farsi la guerra oltre che per progredire. Senza l’uso ormai indispensabile del web non ci sarebbero le “fake news”. In medicina l’AI rappresenta un supporto enorme in alcune discipline (tra 5 anni il 90% dei radiologi ad esempio la userà). «L’AI però non conosce i pazienti, che scelgono il curante per l’empatia,  per come interagisce con loro nella prima visita, non come tecnologo», dice Senna. «L’intelligenza artificiale non è empatica ma usa algoritmi, cioè modelli di calcolo, per offrire risposte che si rivelano diverse in funzione dei quesiti posti e della loro correttezza. In questo scenario il vero pericolo è che il medico odontoiatra rinunci ad avere un giudizio clinico».

Rischi nel passaggio generazionale

Nel saluto portato a nome dell’Associazione, Musella inquadra lo stesso tema da un’altra visuale. L’AI è un supporto ma non deve portare l’odontoiatra ad abbandonare il suo punto di forza, la curva di apprendimento. «AIO insegna ai giovani e teme che le nuove leve, forti di una maggior dimestichezza nell’accedere ad una banca dati ormai sterminata di informazioni e soluzioni, disimparino a formulare domande e a porle all’intelligenza artificiale, per la quale – sappiamo – ogni domanda anche di poco diversa porta a una risposta molto diversa». Musella ricorda che ogni informazione inserita va in rete, «ad alimentare una banca dati che integra risposte che oggi per noi hanno un valore ma domani, a seguito di un uso “ignorante” del mezzo, potrebbero perderne. E in tal caso, concorrerebbero a creare lacune di conoscenza nelle nuove generazioni. L’odontoiatra deve governare i progressi su questa tecnologia e la CAO è chiamata ad elaborare per le istituzioni posizioni condivise con tutte le professioni coinvolte nella nostra attività».

I miti da sfatare

Saverio D’Amico, data scientist e machine learning engineer, docente all’Humanitas Research Hospital a Milano, smonta alcuni preconcetti. Primo, l’AI «non è scoperta recente, ma è il frutto di ricerche partite lontano nel tempo, e arrivate in poche al traguardo. Tuttora l’85% dei progetti fallisce perché non si capisce fino in fondo il perimetro di applicazione. Secondo mito da sfatare, l’AI non è una sola tecnologia. In sanità ne usiamo almeno tre: il machine learning, procedimento in cui attraverso regressioni lineari la macchina s’impegna a prevedere come si evolveranno dati “storici” in nostro possesso; il deep learning, machine learning potenziato dall’uso di reti neurali, cioè da una funzione matematica che mima il comportamento del neurone umano e/o permette di elaborare statistiche avanzate su dati non strutturati; e la generative intelligence, algoritmi capaci di capire ciò che scriviamo, utilizzati in software e dispositivi medici. Ogni tecnologia va usata in relazione agli obiettivi che il clinico si propone. Mirarla con superficialità porta non solo a risultati erronei ma anche a un maggior dispendio dell’energia utilizzata dai vari Google ed Open AI». Anche riproporre la stessa domanda allo stesso motore nel tempo può portare a risultati differenti e meno precisi perché rispondere costa troppo in termini energetici. E all’uso di minore potenza possono corrispondere risposte più banali. Per questo, terzo mito da sfatare, l’AI si rivela tecnologia game changing, non sostituisce la conoscenza del medico perché incapace di sostenere nel tempo le medesime risposte di fronte a quesiti omogenei. D’Amico ricorda infine come «algoritmi specifici possono aiutarci a ottenere risultati importanti con minor dispendio energetico».

AI e responsabilità dell’odontoiatra

In odontoiatria, spiega Luca Levrini Direttore scuola specializzazione ortodonzia Università dell’Insubria, l’AI usa sistemi predittivi per dire come spostare denti, mettere impianti, e per predire come sarà il sorriso a seguito di una scelta, consentendo al curante margini di dubbio. Dall’altra parte accresce le attese del paziente e ridefinisce il concetto di autorevolezza del dentista, chiedendo a quest’ultimo una relazione “aumentata” in termini di comunicazione. La domanda è: a livello di responsabilità, è più importante, domani, per un dentista ispirare fiducia o “sapere”? «Il fatto che lavoriamo con strumenti AI non vuol dire che non serva più sapere, o saper navigare. Ma rispetto al passato serve anche, e molto, saper usare la macchina e saper conoscere il paziente, generando cure di precisione e personalizzate, che l’AI non può proporre. Di fronte a un’AI che può diventare agentica – e, fatta una diagnosi, inventarsi ad esempio allineatori che poi sa anche distribuire direttamente al paziente – l’odontoiatra deve evitare di perdere umanità nei processi e motivare le sue scelte».

Gli ospiti

Nella mattinata, moderata dal giornalista Norberto Maccagno e dal Professor Pietro Di Michele e organizzata dal presidente CAO Cuneo Giampaolo Damilano, da menzionare gli interventi del prof Claudio Buccelli ordinario di Medicina legale all’Università Federico II di Napoli, past president SIOF, e dell’avvocato Roberto Longhin, che ribadiscono l’importanza fondamentale del clinico, chiamato a integrare le indicazioni dei software con la sua esperienza. Sono intervenuti tra gli altri Ludovica De Panfilis, bioeticista dell’Università di Bologna, l’avv. Laila Perciballi, la presidente dell’Albo degli igienisti dentali Caterina Di Marco , Fabrizio Sanna presidente SUSO, e Francesco Riva (CNEL).

Nella foto, il Presidente AIO Vincenzo Musella consegna al Presidente CAO Andrea Senna il Volume Primo di AIO Academy, frutto dell’impegno nella ricerca dei giovani relatori dell’Associazione Italiana Odontoiatri. In basso, il saluto di Musella, da sinistra i presidenti Fabio Velotti (UNIDI) e Andrea Senna (CAO) e i moderatori Norberto Maccagno e Pietro di Michele..

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